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Qualcuno che canti le follie di Dio (VI) - Come nevicasse

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 a cura di Massimiliano Bardotti In questa casa ultimamente nessuno più parla di Dio. Eppure a volte all’improvviso spingendo da puledri la macina dei giorni si apre nel silenzio uno spazio d’aria che quando lo attraversi sorridi piano come nevicasse. ( Elena Buia Rutt ) Sapete chi è stato il primo a parlare di Dio? Il serpente. Adamo ed Eva parlavano con Dio, non di Dio. E forse a non parlarne più, a non farne più esercizio intellettuale, si potrebbe improvvisamente farne esperienza. Questi versi di Elena Buia Rutt , poetessa che amo moltissimo e che ho avuto la fortuna di incontrare, qualche anno fa, sono per me tra i più belli e potenti. Perché non parlano di Dio, ma te ne fanno fare esperienza. Leggere questi versi, più volte, ad alta voce, scandendo bene ogni parola, per poi tenere i versi sulle labbra, farli risuonare dentro, sentirli vibrare negli organi vitali, nelle ossa, nei nervi, sotto la pelle, nelle ghiandole. Entrare nel nostro corpo e benedirlo

Hilal Karahan: la voce delle donne nella Turchia di oggi

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A cura di  Mara Venuto In copertina il dipinto "love", olio su tela della pittrice turca  Ece Gauer (1984)   Hilal Karahan è nata a Gaziantep, nella Turchia del Sud; è poeta, medico ostetrico, si occupa di critica letteraria ed è ideatrice del Festival di poesia femminile Femin İstanbul. È attivamente impegnata in favore del benessere e dei diritti delle donne, non solo attraverso il suo lavoro quotidiano nel pronto soccorso ginecologico, ma anche attraverso la parola poetica e la valorizzazione del talento femminile. In Italia è stato pubblicato nel 2018, a cura della poeta e traduttrice Claudia Piccinno , il volume antologico Angoli della notte , Edizioni Il Cuscino di stelle , che racchiude in otto sezioni un’ampia selezione di testi della poeta turca, autrice in patria e all’estero di numerose opere poetiche. La ricerca di Karahan è intrisa di corporeità, di umori, di vissuti incarnati nel quotidiano con i suoi odori e colori, dove anche l’impronta più lirica di alcun