"Ciò che resta del volo dopo il volo": alcune poesie di Prisca Agustoni





a cura di Luca Pizzolitto



Le seguenti poesie sono tratte da Prisca Agustoni, "Verso la ruggine", (Interlinea, 2022)



pian piano gli argini

cedono in noi,

e con loro

il villaggio intero affonda

lento dentro l'acqua

e scompare


la gente è ancora in piazza

le bancarelle esposte

i bambini col pallone in mano


ma i cani, disperati,

stanno a guardarci dritti negli occhi,

con la loro umana verità


***


È un turbine che stritola


è una ventosa

che s'appiccica s'incolla ovunque,

avvicina mondi mai pensati prima

e nuove e strane cose s'amiciziano


è un turbine che stritola

avanza e inghiotte nella morsa

pesci, rane, girini e libellule,

un dolce frastuono in sottofondo


come di un'elica che gira

o il tonfo di una montagna quando frana


***


sono le cose senza radice

residui di una durata

che non dura

gli oggetti smarriti, andati


in caduta libera

verso un fondo che nessuno sa

dove finisce


a ricordarci chi siamo.


In esilio come gli oggetti,

ci afferriamo gli uni gli altri

nella paura che fonda

questo nuovo esserci

                            in bilico,

                            

fino all'arrivo della prossima stagione.


***


Si tornerà infine al paesaggio

al gesto, alla mano, al corpo


 all'orologio dimenticato

 ai fiori, ai semi, all'orto

 

visione di un verde raro

come il perdono.




Le poesie che seguono, sono poesie inedite, facenti parte di una raccolta su cui Prisca Agustoni sta, ad oggi, lavorando.






Guardiamo la vita da dietro i vetri.

A sprazzi delle voci aprono crepe nel silenzio.

Cerchiamo invano di uscirne,

di spostarci per inerzia come luce

che avanza,

                         ma ricadiamo dentro;


siamo liberi, certo, di muoverci

in tutte le direzioni,

lungo l’ipotesi della trasparenza.

Ma dobbiamo pur respirare,

prendere dell’aria

                               fuori,

nel regno trincerato dei fiori

                                e dei fucili,

prima di scivolare

sul crinale della sera

e tornare a un tempo

incatramato nel bianco.



***


staremo qui, nella luce

che rinfrange e ci attraversa

gli occhi a cercare

lo spiraglio di voce,

l’aquilone incastrato

negli hangar della città

staremo qui, dove vivere

non è più,

lo sguardo trafitto

da una scheggia di mondo

intriso nella freddezza del ferro

fino al volo di un rondone



***


Si viaggia spesso senza uscir di casa.

Alziamo gli occhi e lo vediamo dalla finestra, il vicino dietro al parapetto che bagna le sue

erbe aromatiche, diligente guardiano di un castello d’aria. Due piani più in alto, quasi sospeso

nel vuoto. Il suo gesto è preciso, aggrappato a quel dorsale umano mentre bagna un niente

di verde, geloso del suo regno vegetale. L’uomo sfida l’abisso, la legge della gravità, il cortile

interno dell’immobile coi suoi detriti, le macerie delle voci anonime, i pezzi di carta sputati

da sempre in quel vano

il pianto dei bambini che sale da un improbabile dove



***


ci scrutiamo dalle finestre

da questi rettangoli appesi ai muri

come soldati in rango

sempre sull’attenti, pronti

a mirare un bersaglio 

che sia pure il gesto

di un’umana presenza che duri

oltre la traccia del nostro

passaggio sullo schermo:

l’altro, di fronte, esiste

fratello d’ombra e di fuoco

come una visione di verde

nel deserto, miraggio di pace

nella trincea degli specchi


***


ed ecco che torniamo al corpo,

all’umano chiarore,

alla parola:

oltre il mare l’oltre

è terra straniera,

una cerniera di cemento

che apre il giorno.

Qualcuno manda un messaggio,

recita una preghiera,

spinge fino a noi

una fragile barchetta di carta

o forse, a modo suo

questo qualcuno

chiede solo aiuto


***


Ci sono luoghi che cambiano dall’oggi al domani.

Non avevi mai visto il cantiere vicino al parco.

In due settimane la ruspa ha scavato il deserto

attorno, la geometria dei fiori estirpati

senza esitazione. La gru

è venuta su dal nulla,

                                     spettro solitario.

Riusciremo ancora ad immaginarcelo

il circo fermo sulla radura,

o una giostra

con le sue lunghe braccia d’acciaio

tra le urla dei bambini 

mentre volteggiano nel vuoto?




Prisca Agustoni è nata a Lugano (Svizzera) nel 1975, ha vissuto dieci anni a Ginevra, dove si è laureata in Lettere e Filosofia, e dal 2002 vive tra la Svizzera e il Brasile, dove lavora come docente universitaria e traduttrice. Scrive e si auto traduce in italiano, francese e portoghese e fa di questo lavoro plurilingue il suo motore di creazione e di ricerca accademica. Integra il comitato scientifico del festival letterario svizzero Chiasso Letteraria e in Brasile collabora con diverse riviste letterarie e case editrici, per le quali propone articoli e traduzioni. Le sue pubblicazioni più recenti sono Un ciel provisoire (in francese, Ginevra, Samizdat, 2015), Casa dos ossos (in portoghese, Brasile, Macondo, 2017, Semifinalista Premio Oceanos), L’ora zero (Gialla Lietocolle, 2020), Lingua sommersa (Plaquette, Coll. Isola, 2021), O mundo mutilado (in portoghese, Brasile, Quelônio, 2020, finalista Premio Jabuti), Verso la ruggine (Interlinea, 2022). Nel 2013 le è stata assegnata la borsa di scrittura dalla Fondazione svizzera Pro Helvetia. 






La foto di  copertina è del fotografo Luigi Ghirri.

La foro a metà articolo è uno scatto di Luca Pizzolitto.

Il ritratto di Prisca Agustoni è una foto di Lara Toledo.


 

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