La poesia per contrasti e cromatismi di Giovanni Laera in "Fiore che ssembe"

 

a cura di Mara Venuto


“Fiore che ssembe”, nella traduzione dal dialetto: “Fiore per sempre”, è la raccolta d’esordio di Giovanni Laera, poeta e linguista originario di Noci, piccolo borgo nelle Murge Meridionali. L’opera, uscita nel 2019 per Pietre Vive, pregevole editore di poesia della stessa zona nella provincia barese, propone ventisette componimenti in doppia lingua, dialetto e traduzione in italiano a cura dell’autore, con alternanza di endecasillabi e settenari. Già questa scelta di stile, il ricorso a una metrica scrupolosa, studiata e raffinata, evidenzia forse la principale caratteristica di questa opera: il lavoro sui contrasti, la mescolanza dei piani, che non è fusione o dispersione dei singoli elementi in una forma nuova assoluta, ma evidenziazione e valorizzazione delle peculiarità.
Ad esempio, il verso chiuso, tuttora percepito come elitario e concettuale, va a porsi nel terreno popolare del dialetto, sonoro anche sulla pagina scritta, e di una traduzione italiana che resta intenzionalmente gergale (Ho visto tutti gli alberi stutarsi; He’ viste tutte l’arve / stutuarse. La scimmia che […] schiama come la notte; ‘A signe ca […] sckeme / accome ‘a notte).
Anche l’uso frequente dell’ormai pressoché abbandonato vocativo: “Oh”, elemento d’elezione dell’inno sacro e ricorrente nel sonetto, all’interno di poesie materiche spesso estremamente crude, ripropone questa intenzionale visione del mondo per polarità: alto e basso, umano e divino, aulico e popolare, naturale e soprannaturale (Oh miracolo mio di pane caldo / oh dita che rovistano intestini -; Oh meràchele mi de pene calle / oh dèscete ca ne tòcchene i ndreme). La proposta dell’autore sembra dunque porsi in una posizione di osservazione dello status quo, di ciò che è, senza ardire arrogantemente a una soluzione, percependo la necessità del contrasto, dell’assunzione dell’antitesi come espressione della verità stessa, come parte viva dell’esistenza e di ogni riflessione.

Si colloca su questo stesso piano logico il ricorso abbondante di Laera ai colori, quali elementi centrali nei versi e, a mio avviso, chiave di lettura chiarificatrice delle precedenti premesse, su cui vale la pena soffermarsi.

Nella storia dell’arte sacra, il senso dei colori negli affreschi, nei dipinti, nei mosaici, era far penetrare il mistero e la grandezza nelle coscienze di tutti, poveri e ricchi, dotti e analfabeti. Su questa stessa intuizione, come detto, si muove l’autore in “Fiore che ssembe”, attraverso la proposta di accostamenti dicotomici che portano la sua poesia tanto nell’alveo della tradizione e del folklore che in quello della ricerca e dello studio, rendendola materia per fruitori non necessariamente omogenei.
Tornando alla riflessione cromatica, vediamo che fra le tonalità centrali nel libro c’è il blu, notoriamente il colore impiegato per richiamare lo spirito, l’ascesi, la trascendenza, l’uomo che si eleva a una dimensione verticale e che muta la sua forma morendo, come fiore caduto che rinasce a nuovo fiore vivendo per sempre. L’azzurro, in particolare, sfumatura del blu presente nel libro, nella sua chiarità evoca la trasparenza, il cristallo, lo sguardo che penetra (al)l’infinito (il cielo è azzurro e senza fine. / u cile é azzurre e senza fine.). Sempre nel suo lavoro per contrasti, Giovanni Laera ricorre costantemente al rosso che, all’opposto dell’azzurro, s’impone, e aggredisce e fa sanguinare, è l’irruzione della materia, della carne e del plasma, della vita (ti punge il rosso /
che affannava la salita dei baci; te ponge u russe /
ca assaleneve ’a nghianete d’i vuàsere).
Il rosso è anche la cromia associata al fuoco, che arde e consuma e purifica e, se il blu è il colore della prima virtù teologale, ossia la Fede, il rosso si associa alla terza, la Carità, l’amore per l’umano fino al martirio, il sacrificio e il dono di sé in una dimensione orizzontale.
La sfumatura sacra in “Fiore che ssembe” è ben presente, sempre affiancata a quella umana, nella ricreazione di un mondo immaginifico contadino sia brutale che impregnato di religiosità popolare, infido quanto ingenuo, impietoso e capace di abnegazione allo stesso tempo, un mondo in cui crudezza e lirismo sono maneggiati dall’autore con efficacia ed equilibrio.

Proseguendo la ricognizione delle irradiazioni cromatiche all’interno della silloge, e del loro porsi a sostegno del lavoro sui contrasti, individuiamo anche il verde, colore simbolo della vita e della natura, del rinnovarsi della terra attraverso il germoglio che buca il terreno buono; il verde accostato al giallo, tradizionalmente la tonalità dell’acredine e tristezza, nella Sacra Scrittura simbolo di cattivi raccolti e della lebbra (il verde dei ricordi e il giallo amaro / della terra crollata; u verde d’i recuérde e u gialle amere
/ d’a terra scuffuluète).
Infine, evidentemente, ritroviamo nelle poesie della raccolta anche il bianco e il nero: il nero, molto presente come l’assenza di luce, l’universo dei colori vitali che si spegne nella notte (Se quella bocca nera schiude il sole; Ce chedda vocca nere annusce u sole). Il nero che è anche espressione della morte al mondo, della fine come passaggio necessario per la rinascita, al pari del nero della grotta del Salvatore da cui emerge la Luce, come ricorda Simona Pisciotta in uno studio sulle icone. Ed ecco che poi, all’opposto dell’oscurità, nell’opera appare anche il bianco (La terra, una ferita / una luce bianchissima; ‘A terra, na ferite / na lusce bianga bianghe), colore del silenzio puro e pieno, del vuoto che assorbe e riporta la calma e la pace, sfumatura da sempre associata al divino, alla purezza della trasfigurazione, alla cancellazione delle ombre terrene.
Meno ricorrenti, sebbene presenti, troviamo anche altri colori come il grigio, che contiene sia il bianco che il nero, e ripropone quel senso della vita tra la luce e l’oscurità, bellezza e turpitudine, bene e male, ascesi e materia.

In conclusione di questa nota non esaustiva, “Fiore che ssembe” appare un’opera complessa e acuta che, come abbiamo anticipato, presenta i suoi contenuti e la sua riflessione esistenziale in una forma apparentemente colloquiale e popolare. L’autore, dottore di ricerca in Linguistica italiana, è dotato di un forte “apparato radicale”, di quelle radici tradizionali e familiari che strutturano buona parte, spesso la più significativa, dell’immaginario poetico. In questa interessante e compatta raccolta non vi è alcuna presa di distanza dalle origini, né assunzione acritica di quel patrimonio nei suoi aspetti più leganti, ritroviamo consapevolezza e convivenza adulta con gli opposti, una dichiarazione di amore quanto di verità.



CORPO CORPICINO

Il corpo tuo si trovava
sotto il gelo dei giorni che tingemmo
azzurri e senza tempo
ma sopra il gelo – vedi? ‒ ti punge il rosso
che affannava la salita dei baci.

Oh corpo corpicino mio di neve
e d’ossa, tu sei un passero
che cantando mi getta
nel sangue. 



CUÉRPE CUÉRPECÌDDE 

U cuérpe tù s’acchiève
sott’o’ scile d’i dì ca nù tengemme
azzurre e senza timbe
ma sobb’o’ scile ‒ ’o vi’? ‒ te ponge u russe
ca assaleneve ’a nghianete d’i vuàsere.

Oh cuérpe cuérpecìdde mi de neve
e d’óssere, tu si’ nu passaridde
ca candenne me scette
ind’o’ sanghe.


*


INCAPPANO 

Oh cielo disperato che mo scresci 

sotto le zampe minute dei cagnoli
forse senza luna e stelle tirerai fuori
quel lenzuolo profondo
e dormirai la notte bianca
di polvere e farina.

E fina fina alle orecchie una canzone
bisbiglierà il veleno del passato
delle bestie che nei boschi vanno
seguono quelle note:

incappano a un filo
d’acciaio – il cielo è azzurro e senza fine. 



ANGÀPPENE

Oh cile desperete ca mu scrissce
sott’i ciambe menenne d’i cagnuéle
sarè ca senza lune e stedde ha’ ’ssì
cudde lanzuéle affunne
e ha’ ddorme ’a notta bianghe
de pòvele e farine.

E fina fine e’ recchie na canzone
n’ho’ rrusce u tuéseche d’u timbe sciute
d’i vestie ca ind’e’ vuésche se ne vonne
da rete a cchidde note:

angàppene a nnu file
d’azzere ‒ u cile é azzurre e senza fine.


DOVE LA VOCE 

Dove sto, dove
mi trovo se la notte cambia le carte e il tempo
si blocca in un momento
di gelo nero, cristallo di spavento
dove non sono nato, il cuore spegne
i ricordi per sempre
e zitte zitte le case si fanno
vicine, le vedi?, si affacciano alle finestre
ridono senza denti.

Un grido, il primo e l’ultimo
– e la bocca bianca getta fiori, le mani
piantano un giardino senza tempo
le dita diventano colombi
voraci di molliche di cielo
le braccia sono rami, lo scorciacapre
le sbatte, le mette in croce.

Dalla luna cade una promessa: la voce. 



AJJOVVE ’A VOSCE 

Ajjovve stoche, ajjovve
m’acchie ce ’a notte cange i carte e u timbe
se ngande a nnu mumende
de scile nere, crestalle de spande
ajjovve nan zò nete, u core stute
i recuérde che ssembe
e citte citte i càsere se fàscene
vecine, ’e vi’?, s’affàccene e’ fenistre
rìrene senza dinde.

Nu gride, u prime e l’ùlteme
– e ’a vocca bianghe scette fiure, i mene
chiàndene nu giardine senza timbe
i dèscete devéndene palumbe
nanguse de meddìchele de cile
i vrazze sò ramagghie, u scurciacrepe
i sbatte, i mette ngrosce.

D’a’ lune chede na prumesse: ’a vosce.


*


CORO 

Cantano la gabbia e il leccio
il verde dei ricordi e il giallo amaro
della terra crollata
quando una vena calda sprizza luce
e si strizzano gli occhi
davanti alla stagione che balla, il cappello
che vola, le braccia affannate, il muso
del lupo tra le gambe.

Cantano e i denti cadono
il topo rosicchia cento lire
i morsi della primavera strappano
le camicie più fresche della via, sciancano
le scarpe, la luce scresce
il fuoco abbraccia il gelo.
Una voce bianca arriccia il cielo:

domani, domani mattina – ancora. 



CÒRE 

Càndene ’a gagge e ’a lezze
u verde d’i recuérde e u gialle amere
d’a terra scuffuluète
quanne na vena calle scette lusce
e se strèngene l’ócchiere
nnanze a’ staggione ca balle, u cappidde
ca vule, i vrazze assalenete, u musse
d’u lupe mminz’e’ gamme.

Càndene e i dinde càdene
u sorge resecuèsce cinde lire
i muézzeche d’a premavere stràzzene
i cammise cchiù ffrescke d’a vì, sciànghene
i scarpe, ’a lusce scressce
u fuéche abbrazze u scile.
Na vòscia bianghe arrezzechesce u cile:

crè, crè matine – angore.


*


FIORE PER SEMPRE 

Il focarazzo freddo ancora schiama
schegge di luce, sciami di scintille –
volano le lucciole:
sono i pensieri che gli alberi
si mandano per dire: è questa la notte?

La manta ricamata
dei sogni, delle stelle, dei colori
che il sole cuce quando spunta o smonta
si stende sopra il fuoco
sbracia i pensieri a un mormorio che presto
diventerà canzone.

La manta, amante, amore.
La primavera non divora il fiore. 



FIORE CHE SSEMBE

U fuécaràzze fridde angore sckeme
sckarde de lusce, asseme de fracidde –
vùlene i lucernedde:
sò i penzire ca l’arve
se mànnene che ddisce: jé cchesse ’a notte?

’A manda recamete
d’i sónnere, d’i stedde, d’i chelure
ca u sole cuse quanne sponde o apponne
se stenne sobb’o’ fuéche
sbresce i penzire e nu scarnisce mbrime
ho’ ddevendè canzone.

’A mande, amande, amore.
Se stute ’a premavere, nassce u fiore.

Giovanni Laera (1980) è un poeta originario di Noci. Dottore di ricerca in Linguistica italiana presso l’Università degli Studi di Torino, è autore di diversi libri e articoli su lessico, onomastica e folklore nei dialetti apulo-baresi. È caporedattore di «Avamposto – rivista di poesia» e collabora con «incroci – semestrale di letteratura e altre scritture». Nel 2019 ha pubblicato con Pietre Vive «Fiore che ssembe», la sua prima opera poetica (segnalazione di merito al Premio Bologna in Lettere 2020). Nel 2020 è tra i vincitori del Premio Letterario Nazionale Giuseppe Malattia della Vallata. Suoi inediti sono apparsi su riviste, blog e quotidiani.




L'immagine di copertina dell'articolo è di Umberto Boccioni, "La città che sale", olio su tela.
La copertina del libro è un'opera di Vittorino Curci.

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