"Qualcuno che canti le follie di Dio II" | David Maria Turoldo

 


a cura di Massimiliano Bardotti
foto di copertina dal web


Tu e io

 

Fino a quando ti aggirerai

per questa selva di pensieri?


Tuo asilo sono i recessi

inesplorati del cuore

Tue strade le vene oscure,

Tu e io siamo un paese

solo, ancora ignoto.


Signore, che io veda

almeno le ragioni

di una gioia o di un dolore

sempre stranieri.


Potessi scendere alle radici

di erbe che fanno

di me una steppa selvaggia

e liberarmi dall'amara palude.


Fammi dono di essere

uomo libero

consumato nel canto.

 

… uomo libero, consumato nel canto. Ci può essere amore più grande? Avere questo desiderio di consumarsi nel canto! Un martirio, un sacrificio di fuoco senza spargimento di sangue. Uno spegnersi lento: L’amore ti consuma, ma è bello morire consumati! Proprio come una candela, che si spegne solo quando ha raggiunto il suo scopo (Chiara Corbella Petrillo).


Cantare! Non c’è atto più rivoluzionario. Di fronte alla brutalità della bruttezza, alla violenza fatta metodo, alla parola deturpata, allo scempio di un linguaggio usato per mentire (quando Francesco, il santo di Assisi, pronunciava la parola “pace" si narra cadessero le armi dalle mani di chi guerreggiava, era la guerra Perugia Assisi, ma quando sento pronunciare la parola “pace” da un politico, so che si sta preparando un’altra guerra), al terrore usato per educare e piegare le persone, a un uso sciagurato della morale, alla morte resa spauracchio, di fronte all’impoverimento del senso del nostro esistere, all'aver ridotto la vita a uno scambio commerciale, di fronte alla tortura di un’arte impoverita a mero intrattenimento squallido e volgare, l'unica possibile via è cantare. Perché maledire il male ne accresce la forza. Infatti non si tratta di distruggere il male, ma di accrescere il bene. Allargarlo, fino a farlo dilagare. Che diventi ossessione la bellezza! 



Per il poeta Turoldo l’unica soluzione anche alla sua personale amarezza, è il canto! Per Turoldo, è necessario chiarirlo, cantare sta per poetare, ma non è un “semplice” comporre versi, è molto di più. “Certo sarà la poesia a salvare il mondo” scrive, e ancora: “Dio mi perdoni di lasciarmi chiamare un poeta: il poeta è un crocefisso, è un profeta, un povero e grande uomo, molto raro”. Quindi cantare è l'atto di chi non solo desidera, vuole, salvare il mondo: sa! Sa che cantare ne ha l’efficacia. Fosse anche l'unico essere umano rimasto a cantare, unica goccia del mare, sa che non può sottrarsi alla vocazione di cantare. E possiamo anche essere certi che finché ci sarà qualcuno che canta ci sarà ancora speranza. Ed ecco perché in un’altra poesia Turoldo canta così: “Ad altri accumulare tesori / che ladri scassinano, / a me basti la gioia di cantare”.

Ecco l'inno! La rivoluzione assoluta! A me basti la gioia di cantare! Il disprezzo verso ogni inutile ricchezza materiale, il trionfo dello Spirito! 

Io non so cosa mai si possa dire dell’incredibile mistero che è la nostra vita. Mi sembra però che l’incessante dialogo fra Turoldo e l’Infinito, quel Tu al quale sempre si rivolge, questo chiedere direttamente al Mistero, senza speranza di eluderne i tratti angoscianti e dolorosi, sia un buon modo di stare al mondo.

Indagare il mondo invisibile avvertendo chiaramente come ciò che non vediamo non solo è vivente, ma preponderante. E che tutta la realtà è permeata di questa preponderanza! “Io ricordo il ‘tutto è grazia’ di Bernanos, e ci credo" scrive Turoldo. Forse non abbiamo occhi per vedere come ogni avvenimento, anche il più doloroso e terribile, possa essere intriso di grazia, perché non riusciamo a intuire completamente la verità più nascosta delle cose. Che tutto è messaggio, messaggero chi lo porta. Tutto è annuncio. E allora, forse, in tutto quanto accade c’è un presentimento d’infinito, e tutto quanto accade è possibilità. Ma serve un altro sguardo, un altro atteggiamento, un modo nuovo di stare nel mondo, a contatto con le cose.

 

“Uomini, siate pietosi,

lasciate che il sole sorga

su tutta la città”.

 

È questo desiderio che il bene sia di tutti, per tutti! Ma serve una trasformazione totale, un rinnovamento delle nostre fibre, delle nostre cellule, dei muscoli, delle ossa. Bisogna poter dire, avere l’ardore di cantare con il poeta: Tu e io siamo un paese solo, ancora ignoto.

Perché se Dio è amore, come scrive Giovanni nella sua lettera, allora non si può che desiderare di essere un paese solo con Dio, non si può che desiderare essere fatti davvero a Sua immagine e somiglianza.

 

 

Canta un uomo ad Harlem


Uomini, siate pietosi, 

lasciate che il sole sorga 

su tutta la città. 


Un negro canta ad Harlem: 

«c’è un’ora per la terra 

– ed è l’alba – 

d’essere in sovrumana pace» 


«e un’altra ora v’è per l’amore, 

quando la luna ride 

in sfavillio di diamanti, per i poveri, 

sul mare». 


Allora gettate via i coltelli, 

riprendete tra le mani 

il cuore grande 

di quando eravate fanciulli.


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