Qualcuno che canti le follie di Dio (IV) - Kabir

 


a cura di Massimiliano Bardotti


Il mio Signore si nasconde,

il mio Signore si rivela meravigliosamente.

Egli m’ha con durezza imprigionato

e poi ha fatto cadere tutte le mie barriere.

Il mio Signore mi regala parole di dolore

e parole di gioia, Egli stesso attenua ai contrasti.

Offrirò a Lui il corpo e la mente.

Donerei la mia vita piuttosto che dimenticare

il mio Signore.


(Kabīr)


La vita di Kabīr, e la sua morte, sono testimonianza della follia d’amore! Molte leggende circondano la sua storia, difficile raccontare con certezza la sua biografia. Una biografia d’amore, appunto. Ma in questi casi mi muovo sempre con una sola misura: fra tutte le storie, scelgo la più bella!

Prima una necessaria premessa (anzi due): questa non è rubrica di biografie, ma farò delle rarissime eccezioni, davvero rarissime, laddove il vissuto del poeta è testimonianza delle follie di Dio. Inoltre non racconterò in maniera dettagliata la vita, tralascerò molti particolari di solito fondamentali in una biografia, perché a noi, qui, interessa altro…


Kabīr nasce a Benares, 1398. Sarà un grande maestro di Yoga, discepolo di Rāmānanda, e darà vita al movimento dei “Kabīr Panthī" ovvero: “Coloro che seguono la via di Kabīr”, movimento ancora esistente e che nel Nord dell'India conta più di un milione di seguaci.

Kabīr, abbandonato alla nascita dalla madre, cresce in una famiglia musulmana, ma fin da adolescente si sente attratto dagli asceti induisti, dalla pratica dello Yoga, dagli insegnamenti sia dei Sādhu (maestri religiosi induisti) sia dei Sufi (Sufismo, corrente mistica musulmana). Proprio da questa doppia attrazione, da questo folle innamoramento, nasce la sua posizione religiosa: conciliare tutte le religioni al culto di un solo Dio.

Il desiderio più grande per Kabīr era di divenire discepolo del maestro Rāmānanda, che predicava e insegnava una dottrina di dolcezza, una proposta di fratellanza, pietà, onestà, e soprattutto unione, unione tra le religioni, tra i popoli.

Si dice che quando predicava, questo grande maestro, placava ogni disputa fra musulmani e induisti nella città santa di Benares. Tutti andavano da lui per esserne illuminati, per ascoltare parole di pace e meraviglia, parole di fede. Parole di un amore folle.

Kabīr desiderava ardentemente aderire al suo insegnamento, ma aveva paura di essere rifiutato, essendo lui musulmano.

Ma quando si propose come discepolo lo fece con tale simpatia e non nascondendo nulla del suo acceso desiderio, che Rāmānanda lo prese con sé immediatamente, con una grande risata di approvazione. Malgrado le proteste di molti,  soprattutto  dei suoi allievi induisti ortodossi…

Ma Kabīr divenne esattamente quello che per tutta la vita il maestro Rāmānanda aveva predicato: un conciliatore, soprattutto delle religioni islamica e induista, predicando e insegnando a discepoli di entrambi i credi. E questo avvenne in un periodo di sanguinose lotte religiose. Ma dove era conflitto Kabīr portava pace. Dove era dolore e smarrimento Kabīr portava la gioia del canto poetico. Perché Kabīr cantò per tutta la vita un solo Dio, e fece di quel canto il balsamo per lenire ogni ferita e per indicare una via d’amore e di fratellanza.


Svegliati, svegliati cuore mio!

Lo Spirito Superiore, il Grande Maestro, è vicino a te.

Gettati ai piedi dell’Amore, solo così

il tuo Signore sarà vicino a te. 

Hai dormito per innumerevoli stagioni,

neanche stamattina vuoi svegliarti?


La poesia divenne via e strumento. La forza della parola poetica era capace di pacificare e santificare.

Quando il grande poeta morì (all’età di 119 anni) i suoi discepoli si contesero il corpo: gli induisti volevano bruciarlo e darlo al Gange, i musulmani lo volevano sotterrare. Nacquero delle dispute, moderate. Ma non si trovava soluzione. Ci pensò, ancora una volta, il poeta: al posto del cadavere i suoi discepoli trovarono uno splendido, grande e bellissimo fascio di gladioli selvatici. I suoi discepoli capirono. Si commossero. Si divisero il fascio: metà fu bruciato e dato al Gange, metà sotterrato. Il poeta fino alla fine fu cantore di pace. Fino alla fine e oltre la fine! Che bisogno abbiamo oggi, che urgenza necessaria, di poeti così!!!


Danza, mio cuore! Danza di gioia oggi.

Canti d’amore riempiano di musica

le notti e i giorni, il mondo è attento alla melodia. 

Pazze di felicità, la vita e la morte

ballano al ritmo di questa musica.

I monti, l'oceano e la terra danzano.

Tra risate e singhiozzi l’umanità balla.

Guarda! Il mio cuore balla nella gioia

della Conoscenza e il Creatore ne è felice.

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