"Osserva/ come i fragili sussultano, come arretrano/ dal centro e dalla luce": Antonella Sbuelz

 

a cura di Luca Pizzolitto
foto in copertina di Claudia Castanò



Piccolo elogio della fragilità


Tra i rami solo quello più sottile,
piegato dal vento e dal gelo.
Tra i fili d'erba il filo d'erba
giallo: il primo che soccombe alla stagione.
Nello stormo l'ultimo uccello,
che tra non molto resterà isolato.
E fra i gatti in amore
nella notte, il gatto dal corpo ferito.
Nei verdi del verde rinato, lo sbriciolio
di foglie secche in mezzo alle pagine
di un libro.
Tra i gesti, il più goffo e insicuro.
Tra le voci, la voce più fioca.
Tra le presenze al cuore delle cose,
la presenza che resta fuori fuoco. E
nel vecchio, il bambino che è stato.
Osserva
come i fragili sussultano, come arretrano
dal centro e dalla luce.
Sia per loro lo sguardo che non cede,
la parola che nessuno ha pronunciato.



**


Si scrive quando mancano parole


Si scrive quando mancano parole.
Quando la vita si inceppa, quando
si inceppa la voce. Quando
le pupille sono vinte
da un troppo di buio o di luce
o tremano le ossa sotto il peso
o siamo consumati dalla pioggia.
Si scrive nelle strade laterali e nei vicoli
ciechi, di notte. Quando servirebbe
un nuovo inizio. Quando servirebbe
fiato al fiato,
o almeno nella mano un'altra mano
e un buio meno buio,
fatto umano.

Si scrive quando tutto è troppo grande
per la piccola cosa che siamo.



**



E questo è tutto, credo


Oggi comincia col guardare il cielo:
la punta del ramo tesa al sole
anche se il sole è lontano, lo stormo
che cerca un orizzonte, l'orizzonte
che affonda esclamativo dove la terra
è stanca della terra, dove il mare
è più stanco di mare.
Riposa con lo sguardo sulla foglia
che trema al limitare dell'autunno
e riconosce dentro il suo tremare
la misura comune di un futuro.
Prosegui piano, assieme al ricordare.
Ripassa i lineamenti di chi è stato. Usa
parole scalze, gesti nudi. Desideri
rinati elementari.
Dalle lucciole impara il provvisorio.
Dall'arcipelago l'isola, dall'isola
lo scoglio più isolato. Cerca le galassie
anche nel fango, anche nel sottobosco
cerca il volo.
Ascolta i passi delle orme oscure,
che non chiedono di essere ascoltate.
Distilla dal buio la luce, ma non dimenticare
che anche il buio
sulla luce ha qualcosa da dire.
E sul finire della tua giornata,
quando il sonno ti piega le ciglia, fa'
che un battito di meraviglia
dia vita vera a quello che hai vissuto
e lo trasformi in seme nuovo, in frutto.

E questo è tutto, credo.
Questo è tutto.





Chi perdona l'inverno


Eppure dura ancora questo inverno,
nel suo durare di letargo e gelo.
E io penso che i nati in inverno lo perdonano
più facilmente: che dell'inverno è l'arte
dei rammendi, l'attenzione agli spacchi di neve
nella corteccia ferita, la lunga inspirazione
dei pensieri nel silenzio che cova la vita.
Dell'inverno gli spazi raccolti che il freddo
rifà elementari, la nuova misura del tempo,
l'attesa dell'attesa della luce.

Stasera ciò che resta dell'inverno
è per ogni pianto muto di chi ha pianto
girando svelto il viso verso il muro,
per tutta la fatica senza fiori
di chi stenta a trovare un suo maggio,
di chi inciampa
per entrare nel futuro.


**


Ascolta la notte, stanotte


Ascolta la notte, stanotte. Ascolta 
il suo silenzio orizzontale, il basso e l'alto
capovolti e uniti, il cielo e la terra vicini.
Resuscita quel sogno appena sfatto. Era
i sogno che facevi da bambina. Allargavi 
le braccia e volavi.
Ricordi?
Pronunciavi una parola. Era perfetta: il solo
centro intatto fra nomi che frugano
nel vuoto.
Era l'Alfa di ogni suono umano.
Ma tu ti sei svegliata troppo presto.
Oppure troppo tardi. Non lo sai.
Adesso Il silenzio è un abisso, e
la parola solo un soffio muto
che trasforma il possibile
in un mai.


**


L'amen dei boschi

                                                                A Pierluigi Cappello. Infine.


Se restasse qualcosa da dire
direi che troppo breve è stato il tempo,
il chiudersi dei giorni pronunciati. Dirci
che quell'ultima notte
le tue mani erano aperte, i palmi
bianchi e indifesi come i palmi
indifesi di un bambino.
C'era un settembre morbido, nell'aria.
L'inciampo delle ombre nella sera. C'era
uno squilibrio tutto nuovo
nella tua nuova immobilità.
Una misura nuova di ferita.

Amavi il dio degli ultimi e dell'ombra, gli amen
di boschi e scalpellini.
La pioggia dentro la terra,
il suo dare alla vita altro fiato.
Sotto le tue palpebre chiuse
ho solo chiesto che vedessi il verde
delle tue montagne in cuore al verde.
E l'assetto di altri voli sul tuo prato.


**


Dell'infanzia


Dell'infanzia
salvare qualche luce.
Un dolce di attese e ciliegie.
Qualche nome. Una forza
di radici.
L'assoluto dell'età che non ha età.
E assolvere il buio che va e viene.
Così forse
riusciremo a perdonare
l'infezione di ogni incanto:
la realtà.




Antonella Sbuelz vive a Udine, dove è nata.
Ha studiato Letteratura a Trieste, Verona e Losanna.
Alle sue opere di poesia e narrativa, tradotte in più lingue, sono stati assegnati numerosi premi.

Fra i suoi romanzi, editi da Feltrinelli, Frassinelli e Universitaria Forum, gli ultimi sono La ragazza di Chagall, in corso di traduzione in tedesco (Forum 2018; Premio Fiuggi Storia; Rosa finalista Premio Viareggio; Segnalazione Premio Campiello;   Premio Raffaele Crovi; Premio  Raccontami la Storia; menzione speciale Premio Città di Grottammare) e Questa notte non torno (Feltrinelli, 2021), vincitore della prima edizione del Premio Campiello Junior, attualmente finalista ai premi Minerva e  Strega Ragazzi e di prossima uscita in Germania. 

La sua ultima raccolta poetica, Chiedi a ogni goccia il mare ( Stampa2009, 2020) è entrato nella Rosa finalista Premio Viareggio e ha ricevuto il Premio Camaiore. 

Conduce laboratori di scrittura creativa con  ragazzi e ragazze, collabora con il Messaggero Veneto, insegna in un liceo da molti anni. E le piace ancora.

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