Poesia e memoria: intervista ad Andrea Castrovinci Zenna


a cura di Pietro Romano
fotografia in copertina di Pietro Romano




L’«esperienza interiore», per impiegare un’espressione di Bataille, declina spesso una lingua fatta di echi e immagini che, muovendosi tra le forme del desiderio e del ricordo, innervano la tensione verso un altro tempo, un tempo che non c’è o non agisce più ma cui l’io riconoscerà sempre la propria appartenenza profonda. Inverni (Terra d’ulivi, 2022) di Andrea Castrovinci Zenna persegue un colloquio ostinato con la memoria, legando a questa le passioni di una lingua che, per esistere, deve poter ripensare volta per volta le sue stanze. La tessitura metrico-formale della raccolta è pensata per stabilire un patto con l’assenza: ciò che è stato può tornare a essere a condizione che lo si riconosca come un mai più improntato a ridisegnare ciclicamente gli spazi dell’interiorità. 
Di seguito, un’intervista all’autore e alcuni testi tratti dalla sua opera. 


 Potresti illustrare ai lettori di Bottega Portosepolto il processo di gestazione e le fasi di lavoro della tua opera, “Inverni” (Terra D’Ulivi, 2022)?


La gestazione di Inverni è di circa 5 anni, dal 2017 al 2022: alcuni dei testi presenti nell'opera risalgono infatti allo stesso periodo di quelli presenti nel primo volume edito con Ensemble, Il nome di mia madre. Non a caso infatti i due libri sono strettamente correlati sotto il profilo della tematica. Inverni, in quanto a fasi di lavoro, era stato pensato quale ampliamento a Il nome di mia madre, volendo rappresentare la stagione mancante nella prima opera: nel corso del tempo tuttavia esso ha preso una forma propria e autonoma, slegandosi dal dato narrativo che invece è presente nella prima silloge.


La perizia metrico-formale è uno degli elementi che meglio balza all’occhio durante la lettura dei testi. Che rapporto individui tra lingua e forma? Quali sono i tuoi riferimenti letterari?


In poesia la forma è tutto. Che siano versi liberi, poemi in prosa, sperimentazioni metriche ardite o occhieggianti al passato. E la poesia va letta ad alta voce, perché vive della propria musica. Personalmente (e credo con certa coerenza) in questi due libri ho dovuto creare una lingua, con l'ausilio delle forme classiche quali l'uso di versi della tradizione, alcune forme chiuse, le rime, le assonanze ecc che parlasse un linguaggio letterario, essendo esso idealmente dedicato a chi conversava con l'io lirico “di versi e di Letteratura”; cercando di dare vita a una letterarietà finalizzata a potere dire un dolore profondo, trasfigurandolo nella forma e nel canto; così facendo i riferimenti letterari sono in gran parte relativi ai primi anni Dieci del Novecento, ma, come annota Franca Alaimo nella postfazione, “troviamo echi molteplici della tradizione letteraria italiana, a cominciare dalla poesia duecentesca [...]” per arrivare fino ad autori contemporanei quali De Angelis o Rosadini. Diciamo che il lettore assiduo di poesia italiana può “divertirsi” a trovare rimandi.


Il recupero memoriale è l’elemento tematico che attraversa la tua opera. I richiami alla natura veicolano spesso un’assenza la cui memoria appare diffusa nel mondo circostante: “E non ti vidi mai tanto lucente/ da sobillare esterne primavere, / gennaio: inverno è intero nel mio varco/ di lacrime: non prodigo, anzi parco/ vai di nuvole imbrifere quest’anno: / ma per l’azzurro scheletri di piante/ tremano un’algida serenità. / Ma questi segni questi ma/ sono soltanto perché non ci sei”. La memoria e la ricostruzione di un’assenza tramite la parola possono risarcire il sentimento della perdita? O la parola è anch’essa segno di qualcosa di irrevocabile?


Pascoli scrive una delle poesie più belle che io ricordi nei Canti di Castelvecchio, nella sezione del Ritorno a San Mauro: In ritardo. Conclude con “e quello ch'era non sarà mai più”. Consapevolmente questa frase, ultimo verso del testo, viene enunciata all'interno della sezione del ritorno, dolorosissimo per la presa di coscienza che deriva dall'assenza non rimediabile. La forma scelta per scrivere di questa assenza, nel mio caso, non è risarcimento (la poesia non credo possa mai risarcire chi la scrive, forse, - si spera! - qualche lettore potrà ritrovarcisi, potrà trarne un vago giovamento, una catarsi, una consolazione ecc), ma prova comunque a esprimere la volontà del canto e del dialogo con la defunta.

  
«Poiché non il tempo scalfisce/perenne il dolore, ma sempre/ a chi resta propone il suo niente, / mia guida sia l’illusione/ di averti per mano, tenerti in colloqui…/ Giacché vivi sola negli incubi innocui». Leggendoti, mi sono soffermato molto sulla valenza ossimorica dell’espressione “incubi innocui”. Che rapporto intercorre, a tuo avviso, tra la poesia e la dimensione onirica? E tra parola e immagine?


La dimensione onirica in Inverni è pur presente in alcuni testi; ha la capacità di avvicinarsi a un oltre altrimenti non conoscibile. L'ossimoro di cui parlavi è segno di questo tentativo: l'incubo risulta innocuo banalmente perché svegli ci rendiamo conto che non era reale: ma proprio in virtù di quello risulta avere anche una seconda funzione, quella di avvcinarsi nuovamente (credendo il sogno/incubo reale) a chi/cosa non c'è più: almeno per poco e in una dimensione esterna a quella vissuta un contatto persiste, senza dolore. 
L'immagine in Inverni ha una valenza simbolica, le ambientazioni sono eminentemente collinari, e le immagini naturali che spesso si incontrano fanno da sfondo sia alla dimensione memoriale che a quella entro cui sia possibile parlare ancora con chi non c'è più, fingendo siano i luoghi cari. Non poteva esserci spazio per altre immagini, per altri luoghi, all'interno di questo dialogo. Tra parola e immagine regna l'icasticità: ad avercela, dono raro, si ha forza evocativa in pochissime pennellate.


Il corpo è anch’esso implicato nella fatica del ricordo. Esso pare subire il contraccolpo orizzontale della mente nel processo di recupero della memoria e nel tentativo di colmare un’assenza. Scrivi: «Anche quest’ansia passerà/ questa inquietudine/ questa tachicardia/ l’instabile tremore nelle gambe;/ la nausea dopo la tosse/ queste parole passeranno,/ come amare, avere amato/ soffrire, aver sofferto/godere, aver goduto/ anche tu io noi/ passerà tutto/ basterà vincere di scatto la paura/ sarà soltanto l’attimo/ e sarà già passato». Ritieni che il corpo abbia un qualche ruolo nei processi di evoluzione della scrittura? 


Ritengo che nei processi della scrittura abbia un ruolo soverchiante la mente, ma senza con ciò voler slegare mente e corpo, perché ormai è risaputo che entrambi lavorano in una sorta di mutuo scambio, influenzandosi vicendevolmente: di certo condizioni psicofisiche alterate (da un dolore asfissiante, da stanchezza, mancanza di sonno, alcol, caffé, anedonia, da qualsiasi situazione “anormale” - bisognere capire quale sia la personale “normalità” di ciascuno! -) influiscono sulla scrittura, possono esserne enzimi come possono contrastarne il processo creativo. Improvvise malinconie sono state spesso alla radice delle poesie di Inverni, ma mitigate dal tempo e dal labor limae.


«[…] Andrea stai calmo, / ancora tutto si dissolve, muta/ non muore». Il nesso vita/morte è al centro della tua riflessione poetica. Perché e in che modo «ancora tutto si dissolve, muta/ non muore»?

«ancora tutto si dissolve, muta/ non muore» perché a dirlo è la voce materna. Voce proveniente da una realtà ultraterrena e di superiore saggezza, la quale sostiene che sarebbe bene, per i vivi, poter pensare che un flusso continui a investirci, anche oltre e oltre la vita, che tutto continui a mutare, che magari si dissolva, ma che non muoia, che non sparisca. Non sta a nessuno dire se quella posizione sia o non sia, ma l'uso dell'indicativo da parte di quella voce vuole far sperare possa essere così.


Potresti proporre ai nostri lettori tre poesie che ritieni essere simboliche del tuo libro?

       Propongo tre poesie che mi sono particolarmente care.


Lei scialba di candore 


Lei scialba di candore
tra pollinosa nuvola al cancello
la vidi, nell’ombrello
giallo della mimosa florescente;
sembrava ritornata adolescente
nel suo niveo pallore.

Andri, come stai?

Era una voce tremula,
vomica, nauseata, come in pena,
come voce che tema
se stessa inascoltata.
Era la mїa voce come in pianto,
flebile acuta, di chi piange guai.

Sto male, mamma, sai?
tu non ci sei e in quanto
alla mia vita… no, non l’amo mai.

Ecco una lacrima solcava il viso
esangue, e non accenno di sorriso.

Ho male al cuore: lo strazio è infinito:
dimmi, è un dolore che non muore mai?
Ma mi leggi? Mi pensi? Cosa fai?
Sai che vorrei venire lì con te?
Lo so, viene chi muore…
Ma piacere non ho nelle mie ore.
E bevo. Raramente, al mondo, piango,
solitamente taccio.
Ribevo e piango solo
e piangendo e bevendo mi disfaccio
e gemo e tremo e piango:
rimango, inerte, solo.

A quelle mie parole, 
sbiancò il velo del sole.

Micia che dice, come sta?

Si annoia, è triste, sempre là,
sonnecchia sul divano.

Un miagolio lontano, 
come in affanno, piano,
forse si udì in risposta a quel richiamo.

La gialla nube marzolina sparve.
Il prato emise un grido
a un tratto si contrasse
abbrividì nel bianco.


**


Agogno la quiete dell'erba                   
la mente non sogno, ma resa
mi renda: mi arrendo alle aliene
(ma liete, un po' spente, serene) 
serate stordite al bicchiere:
io voglio annullarmi sul fondo, 
stroncare il pensiero sul nascere
rinascere lieve nel sogno,
nel sogno trovare mia madre,
scordarmi di tutto, 
di me, della gente, del mondo.


**

Da una foto del '69


Anche spezzati sono i gorghi di apparenze
(ma ci cullavano, nell'alcol ci impedivano)
– la foto nel cui riso appari
appena una ragazza sveglia,
ben viva nel castano dei suoi anni – 
il mondo muto si disvela,
analcolizzato da legami,
presunzioni alogiche di senso:
si vede in più aspro affanno come il tempo
li abbia stinti
fin nel bianco di una lapide; lì
nella cartacea immanenza dello sguardo
dalla dolcezza estranea alla materna.
Come le mura che i frammenti accolgono
della tua anonima giovinezza
stiano cedendo, e io non vedo congiunture
su cui fondare altre famiglie. 
Comunque ci sforziamo,
pure se stracchi domandiamo
da sobri e dove e quando
e come tanto trepidi occhi ardenti
avessi, e nonostante siano spenti
ci domandiamo ancora e forse
nel domandarne è un senso. 

Post popolari in questo blog

I maestri (I) - Delfina Provenzali

È la vita all'altezza della vita/ nelle mani null'altro: alcune poesie di Francesca Serragnoli da "La quasi notte"

Bruno Piccinini: il poeta che ha esordito a settant'anni