Qualcuno che canti le follie di Dio (VI) - Come nevicasse


 a cura di Massimiliano Bardotti



In questa casa ultimamente nessuno più parla di Dio. Eppure a volte all’improvviso spingendo da puledri la macina dei giorni si apre nel silenzio uno spazio d’aria che quando lo attraversi sorridi piano come nevicasse. (Elena Buia Rutt) Sapete chi è stato il primo a parlare di Dio? Il serpente. Adamo ed Eva parlavano con Dio, non di Dio. E forse a non parlarne più, a non farne più esercizio intellettuale, si potrebbe improvvisamente farne esperienza. Questi versi di Elena Buia Rutt, poetessa che amo moltissimo e che ho avuto la fortuna di incontrare, qualche anno fa, sono per me tra i più belli e potenti. Perché non parlano di Dio, ma te ne fanno fare esperienza. Leggere questi versi, più volte, ad alta voce, scandendo bene ogni parola, per poi tenere i versi sulle labbra, farli risuonare dentro, sentirli vibrare negli organi vitali, nelle ossa, nei nervi, sotto la pelle, nelle ghiandole. Entrare nel nostro corpo e benedirlo con la poesia. Scoprire come siamo fatti, di che strana materia, tutta intrisa di Spirito. Scoprirci puledri che spingono la macina dei giorni, con fatica e bellezza. E in quella fatica, scoprire all’improvviso qualcosa che solo la poesia può dichiarare, solo i poeti sanno intuire: uno spazio d'aria che quando lo attraversi sorridi piano come nevicasse. Uno spazio d'aria… Credo l'errore più grande sia stato davvero cercare di comprendere razionalmente il Mistero. Anche perché, quando mai la ragione ha compreso la follia? L'ha giudicata, offesa, condannata. E quando ha creduto di vederla nelle persone ha cercato di sradicarla con violenza. Dovremmo dimenticarci ogni concetto, immagine, idea, rappresentazione di Dio. Ricominciare dal principio. Smettere di chiedersi se esiste o no, parlarci. Chiamarlo ad essere. Sentirlo nei rami dell'albero, nelle diramazioni della foglia. Intuirlo nel giorno che nasce e cresce di ora in ora, fino a morire nello stupore del tramonto. Desiderarlo in ogni stella. Accarezzarlo nel gatto. Baciarlo nella persona amata. Questo Mistero inaudito, questa follia d’amore, che nessun tempo, nessuna ragione, potrà mai avvicinarsi a spiegare. Meglio vivere. Meglio amare. Meglio coltivare l’antico e sempre più raro fiore del silenzio, il bocciolo, i petali, lo stelo, e anche ogni sua preziosa spina, averne cura, amarlo con pazienza e devozione. Allora si aprirà, nel cuore di quel silenzio, uno spazio d'aria, che quando lo attraversi sorridi piano, come nevicasse…

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